Censimento alveari 2025 obbligatorio

Dal 1 novembre al 31 dicembre è obbligatorio dichiarare, sul portale dell’anagrafe apistica nazionale, il numero di alveari e sciami posseduti.

Occorre:

  •  aggiornare TUTTI gli apiari, indicando il valore zero se l’apiario non ospita alveari o sciami nel periodo del censimento.
  • confermare il numero di alveari e sciami anche nel caso in cui non ci sia una variazione rispetto all’ultimo censimento.

 Se non avete delegato Arpat vi chiediamo di inviarci copia della dichiarazione annuale di consistenza alveari 2025.

 Se avete delegato Arpat nella compilazione della dichiarazione annuale di consistenza apiari (censimento), inviateci il modello B aggiornato. Ricordate di rispettare lo stesso ordine degli apiari già dichiarati, aggiornando con il numero attuale la colonna “N. alveari” e la colonna “N. sciami o nuclei”.
Cliccate qui per maggiori istruzioni per la compilazione.

Per chi volesse è già possibile inviarci i modelli compilati all’indirizzo mail anagrafe@arpat.info.

I moduli compilati dovranno comunque pervenire entro e non oltre il 15 dicembre 2025Dopo tale data non sarà garantito l’inserimento in anagrafe apistica entro i termini previsti dalla legge (31 dicembre).

Per qualsiasi informazione o chiarimento potete contattarci via mail all’indirizzo anagrafe@arpat.info o telefonicamente al numero 055 6533039 / 349 6659746 dal martedì al venerdì dalle 14.00 alle 18.00.
ARPAT effettua gratuitamente il servizio di dichiarazione annuale consistenza apiari ai propri associati in regola con il versamento della quota sociale 2025.

Aldo Baragatti – l’ingegno a misura di apicoltore

Sabato 18 ottobre abbiamo organizzato una visita dal nostro socio storico Aldo Baragatti; “apicoltore per passione e inventore per hobby” — così si è presentato, con la semplicità e l’entusiasmo che da sempre lo contraddistinguono.

I partecipanti hanno potuto godere della sua ospitalità e, soprattutto, ammirare da vicino le numerose invenzioni nate nel suo laboratorio: strumenti, attrezzi e soluzioni tecniche che toccano ogni fase dell’attività apistica, dalla visita alle api fino alla lavorazione della cera.

Ecco una prima selezione delle sue creazioni più interessanti in apiario, che speriamo possano ispirare e incuriosire gli apicoltori più ingegnosi e appassionati.

L’affumicatore modificato

Nonostante si tratti di uno strumento di uso quotidiano in apicoltura l’affumicatore non viene da tutti riadattato, da Aldo ovviamente si!

Ecco le soluzioni semplici ma geniali adottate da Aldo:

Ganci laterali richiudibili
Permettono di ridurre l’ingombro del mantice e di agganciare l’affumicatore al carrello o alla tuta durante gli spostamenti.

Maniglia, contrappeso e presa ammortizzata
La maniglia facilita il trasporto, un contrappeso evita che l’affumicatore oscilli e due bande di cuoio sul manico migliorano la comodità d’uso, evitando lo sforzo della mano durante le lunghe sessioni di lavoro.

Tappo di chiusura per lo spegnimento
Una soluzione pratica e sicura: basta inserire il tappo munito di catenella per soffocare la combustione. Mentre l’affumicatore è in uso un supporto laterale sorregge il tappo per evitare che oscilli.

Il coprifavo multifunzione – Apiscampo, nutritore e trappola propoli in un unico elemento

Il coprifavo multifunzione è un dispositivo che riunisce in un solo corpo le funzioni di coprifavo, apiscampo, nutritore e trappola propoli.
Un progetto studiato per ridurre le manipolazioni e velocizzare le operazioni.


Struttura e componenti

Il coprifavo multifunzione è strutturato in due parti divisibili tra loro, la parte superiore che funzione come semplice tappo di chiusura della parte inferiore.

Naturalmente con bordi, quindi concavo, così da compensare la mancanza d’ altezza della parte inferiore per un eventuale inserimento di un nutritore. Ha soltanto delle clips da ufficio che permettono di mantenere il foglio di lavoro dell’arnia, senza rischio di perderlo.

La parte inferiore (quella in foto) è dotata di molteplici personalizzazioni che riunisce in buona parte tutti gli accessori di cui si necessita durante la stagione apistica.

Gli elementi in questione sono:

  1.  Nr.2 Asole nel legno allineate; permettono di sdraiare un telaino da nido all’interno del coprifavo, così da permettere un eventuale blocco di covata o per nutrire le api con miele.
  2. Apertura supplementare  per l’attivazione dell’ apiscampo
  3. Escludi regina, ma è possibile cambiarla incastrando un pezzo di rete per propoli o un tappo di chiusura in base all’ uso che se ne deve fare.
  4. Gancio a molla, in caso in cui non si debba aprire il coprifavo, chiudendo il gancio a molla con la parte superiore, il coprifavo rimarrà in un unico pezzo, molto utile in caso si volesse togliere per visitare il direttamente il nido, senza dividersi
  5. Nr. 2 supporti in acciaio inox di supporto per un eventuale telaino. I supporto terranno rialzato il telaino, favorendo l’accesso alla parte che poggerebbe sul legno alle api, per la pulizia dello stesso.
  6. E’ il classico fori di tutti gli coprifavi, dove è possibile inserirci un eventuale nutritore a tetto.
  7. Apiscampo, chiudendo i buchi n.2 e n.6 si attiverà 
Si nota subito, un ottimizzazione nel lavoro di Aldo, riunendo tutti questi elementi in un unico corpo, secondo il suo parere massimizza il risparmio di tempo se pur il coprifavo possa risultare piu’ pesante del normale.

Telaino T3 modificato

Evoluzione del sistema “T3 Campero”: la variante adattata per il blocco di covata con cornici t3 completamente estraibili e intercambiabili senza dover tagliare i favi.

Il dispositivo unisce l’idea del telaio modulare a tre sezioni con escludi regina sui lati che consentono di confinare la regina o limitare la deposizione su porzioni controllate di favo.

I listelli superiori alle 3 cornici non permettono alle api di tirare la cera ne permetto il solo passaggio.

Carretta di servizio in apiario

La carretta di Aldo non è solo un mezzo di trasporto, ma una vera stazione operativa itinerante.
All’interno ospita una cassetta modulare a scomparti, con spazio per utensili, prodotti e materiali da campo: spruzzatore, leve, zigrinatori, blocco appunti e perfino un mini porta-telaini.
Ogni accessorio ha il suo alloggiamento dedicato, etichettato e ordinato — un esempio perfetto di efficienza in apiario.

Sulla parte frontale della carretta vi è uno spazio per ospitare i melati che possono essere impilati e trasportati.

Michele Valleri

I mieli toscani autunnali: aromi e rarità di fine stagione

Continua il nostro viaggio tra i nettari che le api toscane incontrano con il passare delle stagioni. Dopo il susseguirsi delle abbondanti e variegate fioriture primaverili e dopo i raccolti estivi, l’autunno porta con sé un paesaggio più sobrio: le risorse disponibili sono meno numerose e i raccolti di miele più contenuti, ma non per questo meno preziosi. Le ultime fioriture dell’anno non hanno infatti soltanto un valore produttivo, ma possono essere fondamentali per la sopravvivenza della colonia, che accumula scorte per superare l’inverno e affacciarsi alla primavera successiva con nuova forza.

Andiamo dunque a scoprire alcune delle protagoniste del paesaggio autunnale toscano.

Edera (Hedera helix – Araliaceae)
Dietro la comunissima edera, rampicante sempreverde che tappezza muri, siepi e alberi, si nasconde una delle principali fioriture autunnali: sboccia proprio a settembre, senza quasi farsi notare, anche in ambienti ombrosi. È, in realtà, una delle produzioni più particolari, non solo per l’insolito periodo di fioritura, ma anche per le caratteristiche del miele che ne deriva.

Tanto è diffusa la pianta, tanto è raro il suo miele. Anche quando le condizioni meteorologiche lo consentono, solo raramente viene estratto, vuoi perché gli alveari non vengono predisposti per questo raccolto (assenza di melario), vuoi per le difficoltà che l’apicoltore incontra nell’estrazione e nella messa in commercio. La particolare composizione dell’edera vede infatti il glucosio avere decisamente la meglio tra gli zuccheri e, data la sua scarsa solubilità, provoca una cristallizzazione estremamente rapida. L‘apicoltore, che vuole prelevare i melari con il miele ancora liquido, non ha il tempo di attendere che tutto il melario sia opercolato e riempito, né di aspettare che abbia raggiunto la giusta umidità. Ne consegue che questo miele, anche dopo il raccolto, richieda una lavorazione ad hoc.

 

Il miele di edera si presenta quindi già cristallizzato, con un colore molto chiaro, bianco, dovuto ai numerosi cristalli di glucosio, che gli conferiscono questa tonalità. La cristallizzazione è finissima: i cristalli non sono percepibili al tatto e donano al miele una consistenza cremosa e quasi fondente, che regala una piacevole sensazione di freschezza.

L’odore e l’aroma sono caratteristici, intensi, pungenti, di sottobosco, muschio, legno verde, con una nota vagamente floreale. Il gusto non è amaro, ma nemmeno spiccatamente dolce. La sua cremosità lo rende ideale da spalmare sul pane della colazione, ma tra tutti i possibili usi consiglierei di gustare questa rarità così com’è, al naturale, semplicemente al cucchiaio.

inula

Inula (Inula viscosa – Compositae)
L’Inula è una pianta erbacea perenne, intensamente aromatica. I suoi fiori, giallo-arancioni e disposti a pannocchia, sbocciano da agosto a ottobre, offrendo alle api una preziosa risorsa autunnale. Cresce in ambienti vari, dai ruderi ai bordi dei torrenti, dalle spiagge agli incolti umidi, fino a 800 metri di altitudine. È comune in Toscana, soprattutto in Maremma, e si trova anche sulle isole dell’arcipelago toscano.

Ciò che sappiamo sulle caratteristiche organolettiche del miele di Inula è piuttosto sintetico: essendo un miele raro, se ne conoscono pochi dettagli e non è stato ancora condotto uno studio che permetta la stesura di una scheda di caratterizzazione ufficiale. Dai campioni osservati possiamo descriverlo come un miele chiaro, talvolta giallo, che cristallizza rapidamente. Odore e sapore sono di intensità debole o media, piacevoli e delicati. Questo lo rende un miele versatile nell’uso.

Corbezzolo (Arbutus unedo – Ericaceae)
Il corbezzolo, tipico elemento della macchia mediterranea, si riconosce per le foglie sempreverdi, i piccoli fiori bianchi e i caratteristici frutti rossi commestibili. L’offerta di nettare di questa pianta è generosa, tuttavia l’epoca di fioritura molto avanzata (novembre/dicembre) limita il raccolto alle zone dove l’attività delle api è possibile anche in autunno-inverno. In Toscana, le condizioni favorevoli si ritrovano soprattutto lungo la costa maremmana e nelle isole dell’arcipelago, dove talvolta si ottengono mieli uniflorali o comunque fortemente influenzati dal corbezzolo, nettare percepibile anche in quantità ridotte grazie al suo sapore intenso e inconfondibile.

Il colore è medio, ambrato nel miele liquido e nocciola, talvolta con sfumature verdi nel miele cristallizzato. L’odore è medio-forte, molto caratteristico, pungente: ricorda le erbe amare, le foglie verdi dell’edera, la linfa, il caffè bruciato. Al gusto sorprende per la sua forza: poco dolce, dominato da un amaro deciso che diventa la nota sensoriale principale, accompagnato da una leggera astringenza finale. È un miele persistente, unico, da abbinare con attenzione, pronti a restare stupiti dal miele dal gusto amaro.

Rosmarino (Rosmarinus officinalis – Labiateae)
Il rosmarino è una delle piante aromatiche più diffuse e riconoscibili del Mediterraneo: arbusto sempreverde, dalle foglie lineari e profumate e dai piccoli fiori azzurro-violacei. Oltre alla fioritura primaverile, infatti, questa pianta offre una seconda occasione di raccolto in autunno, particolarmente significativa nelle zone costiere e nelle isole dell’arcipelago toscano, dove le temperature più miti consentono alle colonie di bottinare anche in tarda stagione.

Al naso non è particolarmente intenso: può ricordare la violetta e la rosa, oppure il floreale di una saponetta profumata; presenta anche una nota caldo-fine, di mandorla, e un tocco aromatico. Infine, si può percepire una leggera nota di frutta fresca o vegetale. All’assaggio conferma la sua delicatezza: molto dolce, con un’armonia tra le sensazioni caldo-fini e l’aroma floreale.

I mieli autunnali, rari e complessi, offrono aromi e sapori unici, che ci scalderanno nei mesi freddi. Con l’arrivo dell’inverno, le colonie rallentano la loro attività e anche noi possiamo finalmente prenderci un momento di pausa, riposarci e goderci il raccolto, pronti in primavera a ricominciare il ciclo delle stagioni.

I mieli estivi della Toscana: il castagno e le melate

Si sa, l’estate, con la fine delle scuole e il periodo vacanziero, porta a fare bilanci: a spuntare tutte le voci dei programmi mentali che ci siamo prefigurati a inizio stagione. Fra queste c’è anche la produzione del miele, che in questo periodo sta rallentando o si sta fermando del tutto per via dell’innalzamento delle temperature e dell’arrivo della stagione secca.

Se volessimo immaginarci un elenco di mieli possibili per la nostra regione, prima dell’arrivo dell’edera e del corbezzolo autunnali, in questa fase dell’anno dovremmo porre l’attenzione sul miele di castagno e sulle melate: mieli più complessi da un punto di vista aromatico, ma apprezzati da un vasto pubblico.

Miele di castagno (Castanea sativa)
La pianta di castagno ha sempre rivestito un grande interesse per i suoi utilizzi: nella produzione delle castagne, per la paleria e per realizzare mobili di vario genere grazie al suo legname. Utilizzata sin dall’antichità, è molto diffusa su tutto il territorio regionale nelle zone più fresche, dall’alta collina fino ai 1200–1300 metri di altitudine.
La sua fioritura avviene fra giugno e luglio e, nonostante sia una pianta anemofila, è fortemente visitata dalle api e dagli impollinatori in genere.
Sebbene sia anch’essa soggetta al cambiamento climatico, si può affermare che la produzione del suo miele è quasi una certezza, seppur con quantitativi altalenanti negli anni.
Il miele che ne deriva ha la particolarità di rimanere liquido molto a lungo, grazie alla massiccia presenza di fruttosio. Il colore è ambrato rossastro, con sfumature che portano anche al verde, e se dovesse cristallizzare virerebbe sul marrone.
All’olfatto è pungente, acre, con note aromatiche che ricordano il legno, i vegetali cotti e il sapone di Marsiglia. Al gusto ritroviamo le stesse caratteristiche percepite al naso, con l’aggiunta di note amare, una bassa dolcezza e una persistenza prolungata.
Solitamente usato con i formaggi — dagli stagionati, per esaltarne le caratteristiche forti, alla ricotta, per contrastarne la dolcezza — può essere usato anche in panificazione per dare note aromatiche ai dolci, o in piccole quantità negli impasti di pasta fresca, come le tagliatelle, per dare un tocco di originalità ai primi tipicamente invernali.

Mieli di melata
In questo caso il plurale è d’obbligo, perché la famiglia delle melate include più componenti che, “grazie” all’innalzamento delle temperature e alla diffusione di colture agricole anche non tipicamente nostrane, si sta ampliando sempre di più.
A questo va aggiunto lo sviluppo degli afidi, una superfamiglia di insetti che pungono una moltitudine di piante per succhiarne la linfa, una sostanza zuccherina che viene parzialmente scartata affinché la loro dieta possa avere il giusto apporto/rapporto fra proteine e carboidrati.
Sappiamo che le api non disdegnano nessuna fonte di zucchero: pertanto, tutto ciò che qualcun altro lascia, le nostre amiche lo raccolgono e lo stivano.
Questo “rifiuto”, che segue lo stesso processo del nettare, è il miele di melata — per gli amici, semplicemente melata.
Tutte le melate hanno in comune la particolarità di essere meno dolci, essendo composte principalmente da zuccheri complessi, a catena più lunga, che, a differenza di saccarosio, glucosio e soprattutto fruttosio, hanno un potere dolcificante decisamente inferiore.

Melata di metcalfa (melata di bosco)
Identificata dall’insetto che la produce, la Metcalfa pruinosa, una buongustaia che punge una grande quantità di piante di specie diverse.
È un miele che rimane tendenzialmente liquido, ma la particolarità di non essere un miele di nettare lo rende solitamente più asciutto, con basse umidità che rendono il processo della smielatura un po’ più lento a causa dell’elevata viscosità.
Il colore è ambra scuro e, nel raro caso di cristallizzazione, diventa marrone.
All’olfatto ricorda il caramello, la frutta cotta e la conserva di pomodoro. Queste caratteristiche si ritrovano anche al gusto, con l’aggiunta di note maltate e di vegetali cotti, il tutto con una persistenza duratura.
In cucina è un valido alleato per rinforzare sapori decisi e come ingrediente di alcuni condimenti, soprattutto grazie al fatto che è lievemente salato.

Melata di abete
Si differenzia, a sua volta, fra melata di abete bianco e di abete rosso, ma per non confonderci ulteriormente proviamo ad unificare il tutto, visto che molte delle caratteristiche sono comuni fra le due.
Anche questo miele rimane molto viscoso e tendenzialmente liquido, e il suo colore è variabile dall’ambra chiaro all’ambra scuro, con sfumature rossastre e, alle volte, quasi nere.
Le note olfattive principali sono aromatico-balsamiche: ricordano l’affumicato, la cenere e la resina degli alberi, il caramello, e in aggiunta a queste vi sono sfumature di prodotti dolciari di varia natura.
Al gusto si ritrovano molte delle precedenti espressioni, cui si aggiungono la panna cotta, il latte condensato, la liquirizia e il maltato.
Anche questo miele è un valido alleato in cucina, sia come supporto di intensità, sia come contrasto al dolce.

 

In generale, possiamo definire i mieli estivi toscani come prodotti molto caratteristici e di elevata intensità, non sempre adatti a tutti i palati. Si deve considerare, però, che questa è proprio la loro forza: l’allontanarsi dal “classico” miele dolce per andare a coprire uno spettro di aromi e gusti che li rende unici e capaci di stimolare non solo i sensi, ma anche la parte intellettiva, donando un piacere completo.

Luca Baldini

 

Recupero sciami – L’ aspira sciami modulare

Chi effettua interventi di recupero sciami può talvolta imbattersi in colonie insediate da tempo in un determinato luogo, tanto sviluppate da rendere impossibile l’uso dell’aspira sciami classico a causa delle loro dimensioni.
In questi casi, è necessario disporre di un aspira sciami molto più capiente, che consenta anche lo sfarfallamento delle uova deposte dall’ape regina nei favi recuperati, ormai scuri e di grandi dimensioni.

Nel 2001, mi sono messo alla ricerca sul web per costruire qualcosa che potesse aiutarmi in questo tipo di recuperi. Non ho trovato nulla di realmente utile, solo molte ispirazioni e idee.
L’obiettivo era creare un sistema che offrisse spazio per aspirare le api e per inserire i favi tagliati. Da lì è nato il primo prototipo, tuttora funzionante e operativo, realizzato interamente con materiale riciclato.

Struttura dell’aspira sciami

Piano terra – La camera di depressione

Con due melari vecchi e danneggiati, ho rimosso i distanziatori da 9 favi e li ho uniti usando spine in faggio. Ho poi applicato nella parte superiore un nuovo distanziatore da 10 e fissato un pannello alla base. Su una parete ho praticato un foro del diametro del tubo di aspirazione.
In questo modo ho creato la camera di depressione, dove inserisco esclusivamente telai con fogli cerei.

Primo piano – La rete

Ho realizzato un parallelepipedo con una rete estraibile. Sopra la rete è presente un foro per il bocchettone collegato al motore di aspirazione.
La rete ha una doppia funzione: distribuire il flusso dell’aria aspirata e proteggere le api dalla corrente d’aria diretta.

Terzo piano – Il tappo

È un semplice pannello che chiude ermeticamente la camera di depressione e funge anche da piano d’appoggio per lo scomparto superiore.

Quarto piano – Lo scomparto dei favi recuperati

Utilizzando altri due melari riciclati, dotati di distanziatori da 10 e con distanziatore da 10 e spinati tra loro, ho realizzato il vano dove inserisco i favi tagliati.
I favi vengono adattati alle dimensioni dei telai senza filo e fissati con elastici verdi misura 70.
Grazie alla struttura “a grattacielo” dell’aspiratore, questo piano si trova a un’altezza di lavoro comoda ed è quello che si utilizza maggiormente durante l’intervento. Deve quindi essere pratico, sicuro e funzionale.

 

Il motore di aspirazione

A causa della linguetta della rete, non è possibile chiudere completamente la camera di depressione. Inoltre, la lunghezza del tubo, maggiorata e il peso complessivo dell’aspira sciami impongono che venga appoggiato a terra. Le curve del tubo aspiralato riducono notevolmente la forza aspirante del motore.
Per compensare, ho scelto un motore molto più potente rispetto a quelli impiegati negli aspira sciami tradizionali: un motore a turbina con forza di aspirazione di 25 kPa.
È importante precisare che la normativa italiana non obbliga i produttori a indicarne la forza di aspirazione (in kPa o Air Watt), ma solo la potenza in Watt. Tuttavia, un alto wattaggio non corrisponde necessariamente a una maggiore forza aspirante, che dipende invece dalla progettazione e meccanica del motore. Pochi produttori riportano questi dati volontariamente.

Fine dell’intervento

Una volta concluse le operazioni di aspirazione e rimozione dei favi, ho constatato che trasferire immediatamente le api è controproducente, specialmente in interventi lunghi (4-6 ore).
Non è consigliabile operare da soli, data la presenza di favi pieni di miele e il tempo necessario per inserirli nei telai con gli elastici.

La soluzione più efficiente è lavorare in coppia: uno aspira e taglia, l’altro aiuta e fissa i favi nei telai. In questo modo il lavoro procede con continuità.
Consiglio sempre di rimuovere i favi di miele per ultimi, la rimozione causa perdite di miele che si accumulano nel piano sottostante, creando un lago di miele dove le api che cadendo non riescono a liberarsi e morirebbero nel loro stesso cibo.

I favi di miele tagliati, una volta rimossi, vengono posizionati in un copri favo aggiuntivo da posizionare sopra il quarto piano.

L’attesa

Dopo l’aspirazione, rimuovo la rete facendola scorrere verso l’esterno e attendo 24-48 ore.
Durante questo periodo, le api risalgono dai fogli cerei della parte inferiore verso i piani superiori dove è presente la covata. Hanno così il tempo di pulirla, nutrirla e sistemarla.
Le api ceraiole iniziano anche a fissare i favi tagliati ai telai, grazie al miele lasciato nel copri favo.
Trascorso il tempo necessario, è sufficiente separare l’aspiratore all’altezza del tappo e prepararlo per il trasporto, preferibilmente dopo il tramonto, quando le temperature sono più basse e tutte le api sono rientrate.

 

Conclusioni

L’aspira sciami necessita ancora di alcune migliorie: il peso ostacola il trasporto e la manovrabilità; l’uso di vecchi melari deformati può compromettere l’ermeticità e la forza di aspirazione. Anche il carrello della rete andrebbe perfezionato, trovando un sistema di chiusura più efficace.
Mi piace però la sua altezza: essendo impilabile, rende il lavoro molto comodo. Dopo l’inserimento dei primi 2-3 telai, si crea anche un piano d’appoggio utile per coltelli, torce o altri strumenti necessari durante il recupero.

Alessandro Lascar

La smielatura: il risultato di tanto impegno

Eccoci finalmente giunti al momento di raccogliere i frutti della nostra collaborazione con le api e la natura: il periodo della smielatura.

La fase che, se tutto è andato per il meglio, può darci grandi soddisfazioni e ripagarci delle cure e dell’impegno che abbiamo riposto verso le nostre api.

La prima cosa da fare è verificare che i melari che abbiamo dato agli alveari siano stati riempiti di miele ed opercolati per almeno il settanta/ottanta percento.

Questo fa si che con buona probabilità il miele abbia un grado di umidità intorno ai valori considerati “di sicurezza” ovvero intorno al 18%.

 

Per averne certezza è bene procurarsi un rifrattometro da miele (detto anche mielometro) che ci dirà con precisione il valore esatto; preferibili quelli a prisma anziché quelli digitali perché questi ultimi tendono a stararsi.

Appurato il livello di umidità, che dovrà essere riconfermato anche nel locale di smielatura, dobbiamo far uscire le api dal melario e lo si fa inserendo gli apiscampo fra l’arnia ed il melario stesso (ricordatevi di non metterli a contatto con gli escludiregina, che sono pressoché obbligatori per evitare che la regina salga a melario).

 

Trascorse 24/48 ore a seconda della diversa tipologia di apiscampo, è il momento di portare a casa i nostri melari.

Nel caso volessimo comunque smielare ma non avessimo tutti i telaini pieni, potremmo portarci a casa solamente quelli sufficientemente opercolati spazzolando via le api che vi sono sopra e ricordandosi di mettere nuovi telaini nel melario affichè non resti mai con spazi liberi.

Ricordiamoci che il fumo va usato sempre il meno possibile per non rischiare di contaminare il miele.

Giunti a questo punto possiamo decidere se proseguire in prima persona con tutte le fasi o se portare i melari ancora opercolati ad aziende o consorzi che si occupano di tutto il processo.

In quest’ultimo caso ci verrà fornito direttamente il prodotto finale, ma a noi piace immaginare di volersi sporcare le mani, quindi proseguiamo con le altre fasi.

Lo spazio scelto per la smielatura dovrà essere fornito di acqua corrente e dovrà essere organizzato in modo da avere superfici ben pulite e disinfettate.

Se non abbiamo la strumentazione dedicata, come ad esempio un banco per smielatura seppur semplice e meno costoso di quelli professionali, teniamo a portata di mano alcuni strumenti da cucina come leccapentole, insalatiere, pentole… insomma qualche attrezzo per raccogliere miele e cera, oltre che alcuni secchi per alimenti nel caso la vostra produzione sia abbondante (ne esistono di appositi per miele che hanno volumetrie standard).

Chiudete le finestre del locale anche con zanzariere per evitare di attirare eserciti di api e, se ne avete modo, accendete un deumidificatore da ambienti e magari anche un ventilatore per smuovere un po’ l’aria della stanza.

Entrando nel vivo la prima fase è la disopercolatura, ovvero la rimozione del tappo di cera che protegge il miele nelle cellette. Questa potrà essere fatta con dei coltelli appositi e con la forchetta disopercolatrice. Spesso è una fase lunga e richiede delle attenzioni in più per “stappare” tutte le cellette, ma con un buon sottofondo musicale la si supera con facilità.

Ricordiamoci che imbratteremo tutto di miele, quindi utilizzate le insalatiere, le pentole o le scatole per gli impasti da pizza, così raccoglierete la cera ed il miele che vi cadranno all’interno, riducendo al massimo gli sprechi.

La cera che raccoglierete sarà cera di opercolo, cera purissima; a fine operazione mettetela tutta a scolare dentro un colino, anche a maglie larghe, così recupererete del miele e potrete usarla per le candele o farla lavorare da terzi per avere in cambio i fogli cerei.

smielatura

Il passo successivo è la smielatura vera e propria. Questa la si fa mettendo i telaini già disopercolati dentro lo smielatore, la centrifuga apposita, che grazie alla rotazione farà uscire tutto il miele dalle cellette.

Ne esistono di manuali e di motorizzati, chiaramente i prezzi variano e le dimensioni, e quindi il numero di telaini che possono contenere, pure. Un buon compromesso per iniziare è uno smielatore manuale da 9 telaini, meglio se con possibilità di motorizzazione, così in futuro sarà più facile gestire numeri maggiori di melari… speriamo!

Non abbiate la pretesa di raggiungere manualmente le velocità di rotazione di uno smielatore motorizzato, queste si aggirano intorno ai 400 giri al minuto, difficilmente raggiungibili da noi esseri umani.

Ricordiamoci inoltre di non far salire troppo il livello del miele sul fondo perché oltre a bloccare i telaini nella rotazione, questo può venire a contatto con le parti mobili lubrificate con del grasso andando a compromettere la nostra amata produzione.

A mano a mano che il nostro miele uscirà dallo smielatore lo raccogliamo in un contenitore per alimenti e lo filtriamo con uno o più filtri a maglie sempre più fini (in genere ne bastano due), per farlo scolare nel nostro maturatore (decantatore), che può anche essere un secchio apposito in caso di piccole quantità.

In questo modo avremmo rimosso tutti i detriti, cera per la maggior parte, e reso il nostro miele più pulito possibile.
La fase della filtrazione spesso è quella che rallenta tutto il processo perché via via che i filtri fanno il loro lavoro raccolgono particelle solide che tapperanno le maglie; la vostra pazienza vi sarà grata se riuscirete ad avere a disposizione un doppione dei filtri così da poterli sostituire e pulire mentre gli altri stanno lavorando.

Una volta filtrato, il miele dovrà decantare nel maturatore, ben chiuso e conservato in una stanza asciutta e fresca, per un periodo che solitamente si aggira intorno ai dieci/quindici giorni, così da permettere alle particelle rimaste e alle bolle d’aria di salire in superficie essendo più leggere.

Questa schiuma superficiale potrà essere raccolta e mangiata tranquillamente, ci sarà solo un po’ di cera ma principalmente è un’emulsione di miele e aria che qualcuno apprezza molto…

L’ultima fase della smielatura è l’invasettamento. La dimensione dei vasetti la decidete voi in base a gusti ed esigenze; quelli in vendita preso i negozi specializzati non hanno necessità di essere lavati o sterilizzati, possono essere usati così come sono purché prestiamo attenzione nel maneggiarli.

Questo è il momento nel quale stiamo pianificando i vari regali di Natale e immaginando i sorrisi dei nostri amici e parenti nel ricevere il frutto dei nostri sforzi e della vita delle api. Un momento impagabile che ci regalerà un prodotto unico e irripetibile, oltre ad una grande soddisfazione per il risultato raggiunto.

Ma dei telaini sporchi di miele cosa ce ne facciamo?
Sarà impossibile togliere tutto il miele dai telai, ne rimarrà sempre un velo sottilissimo adeso alle pareti di cera. Rimettiamo i telaini nei melari e riportiamoli dalle api, ci penseranno loro in pochissimo tempo a ripulire completamente tutto il miele presente e ci faranno trovare i melari pronti a nuove produzioni.

Luca Baldini

Come recuperare uno sciami d’api

Il recupero degli sciami d’api è un’attività cruciale per garantire la sopravvivenza delle api e per evitare che diventino un pericolo in ambienti urbani o residenziali.

Ogni anno, migliaia di sciami d’api lasciano le loro colonie originali per creare nuove famiglie. Per gli apicoltori, questo fenomeno, conosciuto come sciamatura, è una possibilità per espandere il proprio apiario. Tuttavia, per i non esperti, può essere un evento complesso, da gestire con attenzione.

In questo articolo esploreremo come riconoscere e recuperare uno sciame d’api, le tecniche e gli strumenti, con un focus speciale sugli aspiratori per sciami d’api, uno strumento necessario nelle situazioni più complesse dove non è possibile raggiungere fisicamente le api.

Cos’è uno Sciame d’Api e Perché è Importante Recuperarlo?

Uno sciame si forma quando una colonia di api decide di dividere la sua popolazione. Generalmente, una parte delle api lascia l’alveare principale per creare una nuova colonia. Questo fenomeno avviene di solito in primavera o all’inizio dell’estate, quando il numero di api è elevato e le condizioni climatiche sono favorevoli.

Se non recuperato tempestivamente, uno sciame d’api potrà spostarsi e fare il nido in luoghi inaccessibili o pericolosi, come sotto il tetto di una casa, all’interno di centraline elettriche o in altri spazi ristretti e costituirà un nido completo di favi rendendo il recupero ancor più difficoltoso. Inoltre, uno sciame abbandonato o mal gestito potrebbe essere vulnerabile a predatori o malattie mettendo a rischio la salute delle colonie vicine.

Come Recuperare uno Sciame d’Api: Tecniche e Strumenti

Oltre alla classica attrezzatura impiegata per le visite in apiario (tuta, leva, guanti, affumicatore, ecc…), durante il periodo di sciamatura è sempre opportuno avere con sé la seguente attrezzatura per recuperare sciami:

  • Portasciami: poco ingombrate, areato e leggero (specie se in polistirolo), il portasciame rappresenta la più ovvia collocazione per lo sciame. Attenzione che possiamo trovare sciami di notevoli dimensioni che difficilmente entreranno in un’arnietta da 6 telaini.
  • Spazzola da apicoltore: utile per rimuovere delicatamente le api dalle superfici
  • Spruzzino con acqua: alcuni apicoltori per inumidire lo sciame e renderlo meno propenso a volare
  • Forbici da pota, seghetto, scalpello o leva (utile se lo sciame si è posato in una fessura o su una struttura)
  • Telaini incerati: da aggiungere delicatamente nel portasciami una volta introdotte le api.
  • Favo costruito o telaino con uova o covata di pochi giorni: se disponibili, facilitano l’ingresso delle api dentro il portasciami.
  • Secchio con coperchio forato o scatola di cartone: se si prevede di raccogliere lo sciame prima di trasferirlo nell’arnia).
  • Retino, telo bianco, o ombrellone: da posizionare sotto lo sciame in altezza per facilitarne il recupero in caso di caduta.
  • Scala: per recuperare sciami in altezza.
  • Elastici e fascette: per recuperare e ancorare ai telaini i favi naturali nel caso la colonia abbia iniziato a costruire.
  • Feromone di Nasonov sintetico: (per attirare lo sciame nella cassa)

Il recupero più facile e veloce

Qualsiasi sciame attaccato ad un ramo di un albero entro i 2 metri, è un po’ come aver vinto prima di iniziare la partita.

Basterà soltanto poggiarlo o scuoterlo all’interno di un’arnia vuota, un portasciami in legno o in polistirolo e il gioco è fatto.

Come un frutto ben maturo, se scosso cadrà all’ interno. Si attenderà cosi che tutte le api siano scese e si potrà quindi chiudere e trasportare il tutto in un luogo più sicuro.

 Uso dell’Aspiratore per Sciami d’Api

L’aspiratore per sciami d’api è uno degli strumenti più innovativi per raccogliere le api in modo rapido. Si tratta di un dispositivo che utilizza un flusso d’aria regolabile per aspirare le api da un’area, senza danneggiarle.

Gli aspiratori sono ideali per sciami e nidi che si trovano in posti difficili da raggiungere: come altezza, fessure o spazi stretti. In questi casi, l’aspirazione permette di raccogliere le api senza rompere o danneggiare le strutture.

Va però considerato che il suo uso tramortisce molto le apie se usato in modo frettoloso o con mano poco esperta può danneggiarle e causarne la morte..

Si consiglia pertanto l’uso di questi apparecchi con molta parsimonia e molta attenzione.

In Europa, non ci sono aziende specializzate come in America nella fabbricazione e nella vendita di tali apparecchi. Pertanto ogni apicoltore a cui piace effettuare i recuperi li costruisce, secondo le proprie conoscenze e abilità, usando spesso materiale di riciclo, come vecchie aspirapolveri, e pezzi di tubi; i più esperti sono tutti concordi chele seguenti componenti non devono mancare:

  • Variatore del flusso d’aria
  • Tubo spiralato con diametro > 35 mm

La posizione dell’aspirazione all’ interno dell’arnietta non sembra essere rilevante. La tendenza è comunque di posizionarla nella parte superiore, si presume principalmente per una questione di praticità o perché si pensa di favorire l la salita delle api sui telaini, sfruttando la corrente d’aria.

Vantaggi dell’Aspiratore:

Velocità ed Efficienza: Il recupero con aspiratore è molto più rapido rispetto a metodi tradizionali, poiché permette di aspirare un gran numero di api in poco tempo.

Praticità: Questi strumenti sono facili da manovrare, anche per chi non ha molta esperienza.

Adatto per Ambienti Urbanizzati: In situazioni urbane o in ambienti ad alto traffico, l’aspiratore permette di raccogliere le api senza rischiare di intralciare il passaggio delle persone o creare panico.

Svantaggi:

Montaggio: in alcuni modelli il montaggio può risultare lungo

Carico e scarico: Da considerare che si necessità di molti pezzi che andranno collegati tra loro e quindi piu’ viaggi per scaricare tutto il materiale dal mezzo

Volume: il materiale, il portasciame, l’aspiratore non sono oggetti impilabili, pertanto il trasporto può risultare difficile.

Elettricità: Necessità di corrente elettrica continua o alternata per funzionare

Foto di Juri Giannerini

Foto di Alessandro Lascar

Foto di Apicoltura Lascar – motore 220 v / 12v costruito con nr.2 ventole abitacolo per auto

Tecniche Tradizionali di Recupero degli Sciami

Se non si dispone di un aspiratore, è possibile adottare metodi più tradizionali. Questi includono l’utilizzo di contenitori o scatole da posizionare in prossimità dello sciame, mentre le api vengono attirate nel contenitore con l’aiuto di spazzola, fumo, feromoni naturali o semplicemente favorendo il movimento delle api stesse.

Posizionare una scatola o un contenitore (si consiglia sempre l’uso del portasciami), sotto lo sciame può aiutare a raccogliere le api in modo delicato. Dopo che lo sciame si è sistemato nella scatola, lo si può trasferire tempestivamente in un nuovo alveare.

Uso di una Cestelli (un cestello?), scala o trabattello: In caso di sciami ad alta quota, si possono utilizzare scale o pertiche per raggiungere il gruppo di api. È importante agire con calma e attenzione per non spaventare le api e farle volare via. Per facilitare l’entrata delle api nel portasciami è opportuno lasciarlo in alto in modo da ridurre le possibilità che le api tornino nel punto in cui si erano posate.

Sicurezza e Prevenzione

La sicurezza è fondamentale quando si recuperano sciami d’api, sia per le persone che per gli animali. È sempre consigliato indossare abbigliamento protettivo, come tute da apicoltore, guanti, e cappelli con rete per proteggere il viso dalle punture.

Inoltre, è importante utilizzare strumenti in buono stato e rispettare le pratiche di sicurezza per evitare danni alle api durante il recupero.

Conclusioni

Il recupero degli sciami d’api è una parte essenziale dell’apicoltura responsabile e una pratica utile per la conservazione delle api.

Il recupero, specie se tempestivo, oltre a proteggere le colonie, aiuta a prevenire danni a proprietà o persone, evitando diverbi con i vicini e limita soprattutto la diffusione di malattie ad altre famiglie.

Nel prossimo mese appuntamento:

Come recuperare un enorme nido naturale con favi di cera?

Alessandro Lascar

Monitoraggio varroa Foretica – perché è importante

Siamo a giugno e già dai primi mesi dell’anno stiamo avendo segnalazioni da parte dei soci di infestazioni di varroa superiori al normale. Questa situazione probabilmente è legata al passato inverno estremamente mite che ha permesso la sopravvivenza anche di colonie molto infestate che normalmente muoiono senza traghettare la varroa nella nuova stagione.

A giugno è strategico monitorare l’infestazione della varroa per organizzare le prossime tappe dell’allevamento delle api nella maniera migliore: potremo individuare quali apiari spostare, quali togliere dalla produzione e decidere la tempistica e il tipo di trattamenti da effettuare.

 

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Di seguito pubblichiamo unnostro video su come monitorare la varroa.

Sapendo quale sia il carico di varroa nei diversi apiari o apiario singolo si potrà valutare quando si renderà necessario effettuare il trattamento.

Potremo sapere se un apiario potrà rimanere in produzione fino alle melate estive, oppure dovremo trattare prima, e potremo scegliere in maniera razionale da quali apiari cominciare con i primi trattamenti.

Questo monitoraggio è molto utile per l’azienda per i motivi suddetti e, se fatto entro giugno, ci permette di valutare l’efficacia dei trattamenti invernali, che lasciano ancora una impronta importante sull’infestazione attuale al netto della pur presente reinfestazione.

Per comprendere a quali soglie far riferimento possiamo riassumere col fatto che la soglia epidemica del virus delle ali deformi, oltre la quale inizia ad esserci un danno per la famiglia, è attorno alle 5 varroe/100 api (Sumpter e Martin, 2004). A questa soglia d’infestazione di varroa il virus aumenta la replicazione e velocemente danneggia la famiglia.

 

Poiché non è normalmente possibile campionare tutti gli alveari di un apiario, un buon compromesso è adottare una soglia di intervento basata sulla media di apiario stimata su almeno 8 alveari, numero che risulta sufficientemente significativo.

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È opportuno trattare al massimo entro un mese quando la media di apiario raggiunge il 2% (R. Oliver, com. pers.). Con valori del 5% è necessario un trattamento immediato sacrificando eventuali produzioni per limitare i danni agli alveari e in ogni caso potremo avere comunque risultati incerti. Inoltre una considerazione andrà fatta anche sulla velocità acaricida del presidio e tecnica di trattamento impiegati; tanto più il trattamento agirà lentamente tanto più dovremo anticipare i tempi d’intervento.

Questi monitoraggi e i risultati ottenuti sono utili per l’azienda in primis ma la loro condivisione permette di comprendere meglio in modo più preciso e significativo se un trattamento o una tecnica di contrasto alla varroa risultano migliori di altri, quindi più dati ci sono più la valutazione del trattamento sarà corretta.

Come negli ultimi anni supportiamo il progetto di monitoraggio della varroa foretica portato avanti dal CRT Centro tecnico di riferimento per l’apicoltura-Patologie apistiche.

I dati richiesti per la finestra di giugno sono tutti quelli riguardanti monitoraggi effettuati durante tutto il mese di giugno, in apiari che permettano campionare da un minimo di 8 alveari ad un massimo di 10.
Per chiunque volesse collaborare al monitoraggio in collaborazione col CRT può effettuare i monitoraggi e condividere i risultati su uno specifico portale che aprirà per la compilazione e registrazione dei dati nella seconda metà di giugno.

Provvederemo a comunicarvi il link nel momento dell’apertura.

Per chi volesse collaborare condividendo propri dati di infestazione ma non riesce o vuole a registrarsi può contattarci per mail a info@arpat.info, inviando i dati che provvederemo noi ad inserire. Al prossimo incontro di tecnici in diretta di mercoledì 19 giugno vi comunicheremo gli ultimi aggiornamenti sui risultati dei monitoraggi 2023 su quali trattamenti sono risultati più efficaci e quali meno.

Giovanni Cecchi

Replichiamo! Alla scoperta dell’idromele – segreti e curiosità sul nettare degli dei

Dopo il successo dello scorso febbraio replichiamo la nostra serata di degustazione di Idomele domenica 26 maggio alle 17:00 sempre presso la biblioteca delle Oblate.

Insieme ad un team composto da tecnici apistici e sommelier, proponiamo una degustazione guidata di idromeli selezionati suggerendo peculiarità ed abbinamenti.

L’incontro è gratuito e aperto a tutti su prenotazione fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Per informazioni e prenotazioni contattare la Biblioteca al numero 0552616512 o all’indirizzo bibliotecadelleoblate@comune.fi.it

Polline: come produrlo e commercializzarlo

Lo scorso 23 marzo, abbiamo chiesto a Luca Campagnari di tenere un corso sulla produzione e la commercializzazione del polline, data la sua esperienza decennale come tecnico apistico e produttore di polline biologico nell’azienda di famiglia.

Il primo aspetto che Campagnari ha illustrato è l’importanza del polline nell’allevamento delle api, la cui comprensione è fondamentale per mettere in atto pratiche sostenibili di produzione.

Il polline è la fonte proteica dell’alveare, un alimento completo che contiene tutti gli aminoacidi indispensabili per il corretto sviluppo dell’organismo ed è inoltre la materia prima per la produzione della pappa reale.

Una maggiore biodiversità di piante pollinifere e dunque una maggiore varietà dei pollini, garantisce un apporto equilibrato di sostanze nutritive e una migliore salute dell’alveare.

Per produrre polline è importante conoscere il proprio territorio, sia per quanto riguarda la distribuzione delle specie pollinifere, sia per quanto riguarda la presenza di coltivazioni intensive trattate con pesticidi che possono essere fonte di contaminazioni. È fortemente consigliato l’autocontrollo tramite analisi multiresiduali sui lotti di produzione opportunamente identificati per garantire la tracciabilità.

Per produrre polline servono apiari situati in zone a basso rischio di contaminazione e famiglie il più possibile uniformi, forti e sane.

La raccolta del polline avviene attraverso delle apposite trappole che si collocano all’ingresso dell’alveare. Sebbene sul mercato ne esistano svariati modelli, il funzionamento è lo stesso per tutte: l’ape, passando attraverso una griglia con piccoli fori calibrati, perde la cestella di polline attaccata alle zampe posteriori. La cestella ha la forma di una piccola pallina del diametro di 1-2 mm che, una volta staccatasi, cade verso il basso ed attraversa una lamiera forata andando a finire in un cassettino sottostante composto da una rete a maglia stretta tale da consentire una buona circolazione di aria.
Le trappole vanno posizionate solo quando gli alveari sono totalmente sviluppati e non necessitano più di grandi quantità di polline. Una colonia ben popolata con tutti i telaini da nido coperti di api, con melario già posato e ben presidiato è allo stadio ideale per il posizionamento della trappola.

Le trappole vanno posizionate tutte nello stesso momento per evitare fenomeni di deriva, al mattino presto o la sera tardi, in corrispondenza della fioritura pollinifera che si intende sfruttare ed evitando i momenti di forte importazione di nettare.

Ma quale trappola scegliere? Chi vuole produrre polline dovrà necessariamente porsi questa domanda valutando vantaggi e svantaggi delle principali trappole in commercio (trappole da fondo e trappole frontali).
La trappola frontale è senz’altro la più diffusa e ha il vantaggio di ottenere un prodotto più pulito rispetto a quella da fondo, ma necessita di un maggior controllo delle scorte di polline presenti nell’alveare e non può essere lasciata troppo a lungo. Questa tipologia di trappole prevede 2 versioni:

Trappole basse, che si agganciano direttamente sulle guide di scorrimento della porta d’ingresso appoggiandosi sulla parte del fondo che sporge oltre alla cassa. Se compatibili con il modello di arnia possono essere installate comodamente senza apporre modifiche. Lo svantaggio di questa versione consiste nel cestello di raccolta che risulta molto basso e quindi più esposto all’umidità. Inoltre, come la trappola da fondo, è necessario controllare l’altezza della vegetazione sottostante l’arnia che potrebbe venir a contatto del cassettino e compromettere l’umidità del polline oltre a sporcarlo.

Trappola ad attacco alto: si avvita sulla parete frontale dell’arnia dopo aver effettuato dei fori di ingresso. Prima dell’istallazione occorre abituare le api ad entrare nell’arnia dai fori alti, pertanto si consiglia di apporre i fori alti di ingresso lasciando aperto il passaggio basso tradizionale per uno due giorni. Successivamente andrà chiusa l’entrata tradizionale per far abituare le api ad entrare solo dall’alto e infine si posizionerà la trappola. Alcuni modelli permettono di alzare la griglia di ingresso per abituare le api alla presenza della trappola senza ostacolare il passaggio. Una volta abituate si può abbassare la griglia e farle così attraversare dai fori stretti.

Il polline va raccolto al massimo ogni 2-3 giorni (meglio alla sera prima dell’umidità notturna) o il prima possibile in caso di pioggia, che può compromettere il prodotto raccolto.

La quantità e la dimensione del polline raccolto mi darà molte informazioni, sia sullo stato di salute degli alveari, sia sullo stato della fioritura, e potrà anche indicarmi quando è l’ora di togliere la trappola.

Il polline chiuso in contenitori ermetici e pulito grossolanamente, dovrà essere portato il prima possibile in congelatore a -18°C e conservato fino alle fasi di lavorazione:

Lavorazione per la conservazione (deumidificazione ad alte o a basse temperature)
Pulizia manuale o con vagliatore
Abbattimento in congelatore a -18°C per almeno 48 h per eliminare la vitalità delle uova di tarma o altro insetto
Confezionamento, etichettatura e commercializzazione come polline secco, polline deumidificato fresco e polline fresco.

Il polline fresco non subisce alcun processo di deumidificazione e resta tal quale, mantenendo inalterate le proprietà organolettiche. Tuttavia, si altera più facilmente e va posta attenzione alla corretta conservazione in congelatore e al mantenimento della catena del freddo nella fase di commercializzazione. Uno scongelamento accidentale per poche ore non è comunque pericoloso per la salute del consumatore.

Il corso è stato partecipato e ricco di spunti. Tra gli approfondimenti richiesti al docente, i possibili effetti avversi del consumo di polline sui soggetti allergici: il polline in quanto veicolo di allergeni è un alimento da consigliare senz’altro con cautela ai soggetti allergici ed è possibile indicarlo in etichetta.

Tra le curiosità, la nuova moda di commercializzare il “pane d’api”, estratto tal quale dai favi con una macchina apposita. Il polline dentro le cellette del favo ha subito la fermentazione lattica e sarebbe più digeribile e più biologicamente attivo, anche se la necessità di estrarlo nel periodo autunnale in un momento delicato per l’alveare desta qualche perplessità.

a cura di: Simona Pappalardo

Foto: Michele Valleri